Roméo et Juliette “dodecafonico” per Sasha Waltz

romeo-and-julietUn’inaugurazione nel segno del contemporaneo per la stagione di Balletto del Teatro alla Scala di Milano, che ha aperto con il Roméo et Juliette firmato da Sasha Waltz. Un lavoro corale, potente, fatto di contrasti, linee e interazioni su una pedana bianca obliqua che trasforma la scena, sulla quale si stagliano i costumi lineari bianchi o neri.
Lo spettacolo, con rimandi continui tra coro, corpo di ballo e orchestra, sembra pensato in chiave dodecafonica, con l’introduzione di movimenti modulati su tonalità inconsuete per accostamento e per prevedibilità, combinati attraverso processi non sempre logici, ma articolati utilizzando tutte le componenti umane e scenografiche. Le successioni non sono sempre melodiche, appaiono anzi talvolta scostanti, giocando sulla collutazione e sulle linee spezzate. I toni si moltiplicano, i movimenti sono multitonali, con gruppi e coppie in disequilibrio. In questo senso, interfacciandosi con la partitura di Berlioz, Waltz sviluppa la coreografia su piani intersecati – favorita dalla piattaforma mobile che da gradino si evolve in piano parallelo per aprirsi poi a fondale ripido – componendo e decomponendo corpi che si disperdono e si riaggregano, come particelle molecolari che disperse tornano ad accostarsi secondo un impianto coerente.

La pedana – oggetto di tanta contestazione scaligera – è bianca e lineare, riempie e taglia la scena creando in modo netto quel contrasto di sofferenza e tragedia. Il coro riempie gli spazi, la musica di Berlioz tesse il dramma Shakespeariano. Bianco e nero sono gli unici colori, senza identificazione famigliare, si fondono con la scenografia, si staccano, diventano nitide ombre che danzano l’altro mondo.
Il corpo di ballo si lascia andare al gesto della Waltz con quei piedi naturali, le mani veloci, la linearità dei penché. I corpi divengono burattini che prendono vita con il farsi del dramma. Il ballo in maschera in casa Capuleti è ironico, meccanico, sincronico, le donne volteggiano nei rigidi tutù come perfetti carillons.
Con il compiersi della tragedia, poi, i danzatori si sciolgono in lunghi abiti, ondulando la precedente rigidità in una disperata lamentazione.

Protagonista anche per il debutto alla Scala la coppia per cui la Waltz creò i ruoli originali all’Opéra di Parigi: Aurélie Dupont (Juliette) e  Hervé Moreau (Roméo) perfettamente a loro agio nei gesti, nello spazio, in quella fluidità disperata. L’assolo di Roméo, senza musica senza coro, che si arrampica in quello spazio bianco scivolando continuamente nella propria condanna, è fisicità che si strappa alle strettoie della coreografia.
Il quadro finale rende la grandezza Shakesperiana. Un sepolcro si spalanca al centro della scena, come una ferita gelida, come rimando alle fauci della morte che inghiottono la loro preda. Dolcissimo il risveglio di Juliette, il suo cercare la vita nelle braccia dell’amato con il medesimo gioco della scena d’amore. E in queste ultime battute di vita emerge una potenza e qualità espressiva che entrambi i danzatori hanno saputo far propria.
La scena si riempie di coro e corpo di ballo, testimoni ora uniti per cantare e danzare la lamentazione funebre.  Emerge una voce e una danza: Père Laurence (Frate Lorenzo) doppiamente interpretato dal basso francese Nicolas Cavallier e dal primo ballerino Mick Zeni, che sdoppiano e moltiplicano l’ineluttabilità di un destino che appare violento e ironico nella sua drammatica casualità.

LC / GbM

“Roméo et Juliette” di Sasha Waltz, visto al Teatro alla Scala di Milano il 29/12/2012

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