Orfeo e Euridice, tragico sdoppiamento

Orpheus_Eurydice_Ballet_MarseilleÈ sempre arduo mettersi a confronto con il mito, ancor più leggerne l’universalità e tradurla in chiave moderna. Frédéric Flamand, poliedrico artista belga che ama giocare con l’interdisciplinarietà e caratterizzarne i propri lavori, trascina Orfeo ed Euridice nella società contemporanea. E ci riesce magistralmente con ironia ed eleganza.

Il gioco delle parti si compone di musica, voce, gesto, scena. La versione originale dello spettacolo per il Ballet National de Marseille prevede orchestra e coro, mentre noi siamo stati deliziati da una registrazione eccellente dell’opera di Gluck ripresa da Berlioz.

L’impatto visivo del gesto è duplice. I corpi dei ballerini vivono e intrecciano la vicenda mentre due mani creano e ricreano una scenografia video in continuo divenire.

Duplice è anche il ruolo di Orfeo, interpretato da due ballerini straordinari. Abito bianco, luminoso, movimenti ampi, salti, pirouettes per l’Orfeo ‘terreno’. Veste nera, contrazioni, off-balance, gambe che si tendono e sollevano di disperazione per l’Orfeo ‘infernale’. Il corpo di ballo – in giacca cravatta e tailleur – si aggira dinamico sulla scena, tra la frenesia metropolitana iniziale e la disperata dannazione infernale, moltiplicando come un coro antico la speranza, l’amore, la tragedia. Nel grigiore diffuso dei loro abiti e della loro condizione brilla Amore (in veste argentata) e una gemma turchese, Euridice (l’italiana Valeria Vellei), quasi immobile, intrappolata.

Hans Op de Beeck, anch’egli belga, costruendo un paesaggio di pannelli mobili contende la scena ai ballerini, creando fondali che li avvolge e plasma il movimento dei corpi. Con sottile ironia vediamo paesaggi formarsi e comporsi: metropoli di zucchero, tetrapack che dispensano condizioni metereologiche, bottiglie di plastica che creano grattacieli. Con delicata poesia cala la nebbia, si agita un albero, uno specchio d’acqua s’increspa, una fontana piange le lacrime di un amore perduto per sempre.

Gli stessi schermi entrano ed escono dalla scena, creando nuovi spazi della mente, Campi Elisi e solitudine, vastità dell’amore o baratri di disperazione. I danzatori si muovono perfetti, fluidi, dinamici, scorrono tra gli schermi, si sovrappongono si confondono nel sottile confine tra il mondo terreno e quello infernale. Le mani che creano e disfano la scenografia ricordano con ironia divinità antropomorfe che tessono i destini umani, giocando con essi e rivelandone debolezze e fragilità.

La scena più riconoscibile e toccante è il passo a due infernale, quella lama di luce che si staglia su Euridice, richiamandone con nitore lo sguardo, auspicando la sconfitta delle tenebre, per tramutarsi in un anfratto sepolcrale. Euridice scivola sulla scena, quasi priva di consistenza, mentre Orfeo brama continuamente di carpirla. È una danza di morte, accompagnata da due figure incapucciate, quasi due ombre perseguitanti che gridano l’ineluttabilità del tragico destino e generano un ulteriore sdoppiamento. La parabola dello sguardo negato segna il trionfo del divino supernale e infernale. Resta il nostro sguardo, amareggiato e anch’esso intrappolato in quella necessità continua di stimoli, riferimenti, creazioni.

 

Lara Crippa

“Orfeo e Euridice”, Ballet National de Marseille, visto in prima nazionale al Teatro Comunale di Vicenza il 09/03/2013

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