La fragile disperazione dei cigni di Donlon

LagoCigni_DonlonDanceCompanyIl Lago dei Cigni è tra i balletti più noti, difficilissimo banco di prova per i danzatori, tentazione ammaliante per coreografi e registi. Il bene e il male, il bianco e il nero, lo sdoppiamento, la tentazione, la dannazione.
Dall’800 ad oggi schiere di cigni hanno calcato i palcoscenici, lottando, proteggendosi, amando, morendo. Li abbiamo visti tramutarsi da esseri eterei e delicati a nerborute e soffianti creature, dismettere la loro fragilità per incarnare pericolosi e protettivi branchi.
Oggi una nuova versione entra nella storia de Il lago dei cigni, ed è quella di una donna, Marguerite Donlon, erede di tutti i cigni passati che ci presenta una nuova creatura al contempo ferina e di una delicatezza toccante, tenera, forte, irrimediabilmente indifesa.
Swan Lake_aufgetaucht (2009) è la rivisitazione riuscita in chiave contemporanea di un dramma profondo di rifiuto, di abusi, di tradimento. La storia viene asciugata, la musica dilatata, la scenografia diventa essenziale, i movimenti si amplificano in un quadro partecipe che ci avvicina ancor oggi alla vicenda.

I primi 10 minuti forniscono già tutti gli elementi per conquistare il pubblico incuriosendolo, ammaliandolo, destando uno stupore non banale. Un giovane principe (l’italiano Francesco Vecchione) è già segnato dalla dannazione, tradito dall’amore naturale di una madre aspra e accusatoria, ricerca quell’affetto in creature astratte, cigni di carta con cui giocare e trastullarsi. Il giovane Siegfried cresce, tramutandosi ironicamente anche lui in un meraviglioso cigno: Ramon John ci seduce e trascina per l’intero spettacolo, con arti lunghissimi, movimenti ampi, controllati, di una rara bellezza principesca, altero, melanconico. Presenta così il suo mondo, tra amici sornioni e bevute al bar, con una compagnia di ballo di altissimo livello, eclettica, che mischia elementi classici, contemporanei e break con fluidità e naturalezza.

Cambio di scena, pochi elementi essenziali creano un lago ombroso, una dimensione quasi di cristallo da proteggere, ove l’umano scivola irretito e condannato. A difendere questa attraente e pericolosa dimensione presiedono cigni antropomorfi, non più esili e delicati come da tradizione né imponenti e aggressivi come i più noti di Bourne o gli ibridi di Matz Ek, ma un vero branco di maschi, femmine, e impacciati cignetti che proteggono il loro tesoro con delicatezza e compassione.

A tessere la trama della vicenda la nota partitura di Tschaikowsky, ma la Donlon la scompone e la utilizza inframmezzata da suoni sintetizzati di Sam Auinger & Claas Willeke. Lo stridore dell’interruzione conduce così lo spettatore nelle più profonde pieghe dell’orrore tragico, spezzando ogni incantesimo, preannunciando angoscia, solitudine, violazione, tradimento, dannazione. Non mancano gli elementi comici che allentano e stemperano l’angosciante tensione e la intervallano, come gli esilaranti cignetti o le tre ‘fanciulle’ promesse che ricordano le sorellastre e la matrigna di Cenerentola. Ma la musica è lì pronta a ricordare l’ineluttabile destino.

Nella scelte registiche della coreografa irlandese emergono così con forza i profili psicologici di madre e figlio, quasi a dare una spiegazione più terrena alla storia. Il ruolo della madre (interpretata da Liliana Barros) offusca quello del malefico Rothbart. Lei, con il suo personalissimo tormento, diventa l’anello di congiunzione tra i protagonisti e i loro drammi. Forte la continua ricerca di Siegfried del suo amore e della sua approvazione, così come il continuo rifiuto e la condanna di lei. Si insinua così in un disperato passo a due la violenza di Rothbart di cui il principe è figlio inconsapevole, l’origine prima di un’inevitabile tragedia.

E Odette/Odile? Nessuno sdoppiamento, due ruoli, due protagoniste. Non scatta subito l’empatia. Sono creature altre da noi. La prima delicatissima, lontana, intrappolata in una condizione che rende inermi; la seconda recita il ruolo di figlia seducente, più obbediente al padre che a un suo intento di irretire. E l’attesa e temuta scena finale – per i rari struggenti cigni morenti passati alla storia – crea uno scarto con il passato restituendo un’Odette denudata, indifesa, delicata, commovente gracile feto restituito al suo lago.

 

Lara Crippa

“Il lago dei cigni”, Donlon Dance Company – Ballett des Saarländischen Staatstheaters
visto al Teatro Comunale di Vicenza il 17/03/2013


 

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