Il riscatto di Hofesh Shechter per un popolo figlio della tirannia universale

HofeshShechter_PoliticalMotherQuando si tessono le trame musicali e coreografiche, quando in scena si sovrappone gesto, parola e movimento, quando lo spettatore viene inglobato nel ritmo, suono e luce non si può che ottenere un’opera danzata, un lavoro totale e anticamente catartico. Opere simili nascono da drammi storici, irrequietudini creative, necessità espressive che urlano attraverso i secoli. Ecco un altro israeliano, Hofesh Shechter, formatosi alla Batsheva Dance Company del conterraneo Ohad Naharin, che trova in Inghilterra la sua patria espressiva e che ci urla la nostra apaticità.

Difficile scomporre Political Mother, creazione più volte declinata e riadattata, per raccontarla. La sua potenza nasce proprio dall’interazione continua dei piani visivi e uditivi e non é un caso che Hofesh Shechter ne sia il maestro coreografico e musicale, l’ideatore e l’arrangiatore. In scena è presente una band metal rock composta da sette musicisti che si alternano tra percussioni e chitarre elettriche. L’onda d’urto hard è inframmezzata da sonorità ebraiche, archi registrati, Bach, Verdi, fino alla canzone finale di Joni Mitchell. Gli stessi musicisti vengono illuminati sui piani di una gigantesca struttura che dà loro voce e li inghiotte.

Mentre i nostri corpi vengono incalzati dal continuo susseguirsi di ritmi che urlano abusi, evasioni e dolore, un popolo multietnico di ballerini compie continue incursioni sul piano frontale della scena, scorrendo senza identità, con abiti spesso monocolore che coprono le forme, la dignità, l’individualità. Le loro spalle sono curve, sottomesse, i piedi attirati al suolo, quasi incatenati, le mani si tendono verso il cielo, invocando sorde divinità. I danzatori vibrano al ritmo della musica che li attraversa, le loro dita si stagliano come grida, le loro dinamiche sono collettive. Si distinguono dei samurai, ma sono pronti ad eseguire il proprio harakiri; emerge una coppia che nell’avvinghiarsi tenta di lenire una storia di dolore, strazio, sofferenza.

Su tutti si erge un ‘urlatore’, un uomo elegante, un cantante, uno scimmione che urla parole senza forma, violente, autoreferenziali. È un Grande Fratello orwelliano che ci ricorda tutti i dittatori della storia. E il popolo si annulla ancora di più, si conforma, si piega sotto a quel delirio. Eppure questo gregge conforme, freme e vibra, si schianta a perdifiato nel ritmo vitale, trae forza dalla propria coralità per esplodere in una corsa apotropaica. E sul fondale, dove prima la nostra mente aveva ricreato un mondo distopico, appaiono le parole: “Where there is pressure… there is folk dance”. La danza del popolo, l’unione collettiva, riscatta la violenza di una Madre Politica che ha assunto i connotati dell’abuso di potere.

Lara Crippa

“Political Mother”, Hofesh Shechter Company,  visto al Teatro Ristori di Verona il 06/04/2013

 

 

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3 comments

  1. GP

    Reblogged this on misentopop.

  2. Pingback: Va tutto bene, arriva il Sole spiazzante e illuminante di Hofesh Shechter | Parole di Danza

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