Il Teatro di Micha van Hoecke

Micha van Hoecke_copertinaIncontrare oggi Micha van Hoecke e stupirsi ancora. Nei suoi occhi azzurri brilla la storia, viva, curiosa, ironica. Chiunque si avvicini a lui respira la generosità dell’arte, il gusto di sorprendersi, l’ineffabilità della grandezza. Sfogli pagine di mille libri mentre lo osservi, dalle pieghe del suo volto prende vita il passato, nei suoi occhi guizza ogni futuro possibile. E la sua voce narra tutto ciò, compiacendosi nell’affabulare, senza traccia di pedanteria o necessità di autoaffermazione.

L’occasione é una conversazione condotta da Carmela Piccione, giornalista e curatrice dell’approfondito libro su Micha van Hoecke, edito da La Palma nel 2006. Un testo ricco di immagini, lettere, omaggi, tracciato sul filo di una lunga intervista che lascia parlare ed emergere paure e incertezze, stupore e meraviglia, necessità e riconoscenza, ma soprattutto l’onestà intellettuale di Micha.
Chiunque si sia avvicinato a Micha ha percepito la sua profondità d’animo, il suo acume, il suo rigore; un uomo generoso, entusiasta, esigente, vigile, irrequieto. Si ha di fronte un pezzo vivente di storia che ne traspira tutto il fascino e le contraddizioni. Non ci si stanca mai di ascoltare la sua vita, nata dall’arte – si riesce quasi a sentire quella musica tzigana combattiva e malinconica che lo accompagna e consola – e intrisa delle persone che in essa hanno vissuto – Maurice Béjart, Riccardo Muti, Luca Ronconi, Peter Brook, Carla Fracci, Luciana Savignano.

Ma Micha non si ancora al passato. L’intervista fa sorridere, c’è spazio solo per il fiume di emozioni aneddoti speranze progetti che sgorgano irrefrenabili dai suoi ricordi, dal pensiero del momento, dallo sguardo futuro. Uomo anche di cinema, fa scorrere immagini di vita negli occhi dei suoi uditori: l’esperienza iniziale con Petit, il sodalizio con Bejart e la direzione del Mudra, il periodo rivoluzionario, il festival di Avignone, la danza militante, la creazione dell’Ensemble (non chiamatela compagnia), le promiscuità espressive.

Qualunque appellativo gli sta stretto, si rabbuia alla limitante definizione di ‘coreografo’ – quest’ultimo traduce il proprio sentire, mentre lui vuole svelare la partitura di un individuo alla ricerca di umanità, cultura e bellezza. E non lo soddisfa più nemmeno la storica definizione di ‘teatro totale’, perché lui cerca l’’interprete totale’, qualcuno che si distingua per presenza e sappia imparare a disapprendere insieme a lui. Non esiste per Micha il mondo della danza, c’è solo il mondo del Teatro, il mondo del mistero e dello stupore, un luogo dove pensiero e sogno si possano incontrare, dove i percorsi siano in continuo divenire e rendano la ‘commedia’ della vita.

Eppure – e per fortuna – sfugge all’appello dell’Io, al citarsi incensarsi referenziarsi. I suoi racconti narrano un’epoca, esprimono le necessità di un sentire, la possibilità di ‘innamorarsi dell’innamoramento’. Un vero Maestro, anche se probabilmente non si riconoscerebbe nemmeno in questo singolo epiteto. Attento ai giovani, ad un insegnamento che faccia emergere le singole abilità, che dia gli strumenti – le armi – per la propria indipendenza. Una scuola che incanali e sostenga il talento, che fornisca l’arma – di nuovo – della cultura per imparare dal passato con un lucido senso del presente.

Nessuna formula magica per la burocratizzazione della danza italiana, nessuna risoluzione nostalgica. Il suo sguardo scruta le possibilità dell’oggi, le sue doti di affabulatore lasciano spazio all’azione, alla ricerca, alla speranza. Uomo poliedrico in continuo divenire, attento alle reazioni di un pubblico sempre più preparato, consapevole di una museizzazione del repertorio, non propone l’ennesima diaspora ma pensa già a come reinventare, ancora una volta, il Teatro.

Micha van Hoecke

Lara Crippa

Padova, 12 ottobre 2013
evento in collaborazione con La Sfera Danza

foto di Mario Sguotti

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