Nella mente del genio creativo tra le contraddizioni delle umane genti

Khan_iTMOi©JLouisFernandez013Parigi 1913: i Ballets Russes rappresentano per la prima volta La sagra della primavera di Igor Stravinsky. Londra 2013: il Sadler’s Wells commissiona ad Akram Khan la celebrazione della ricorrenza, per cui il coreografo anglo-bangladese crea iTMOi (in the mind of igor).

A differenza dell’arduo confronto musicale e ardita sfida coreografica che prima o poi tutti i grandi osano affrontare, Akram Khan si pone una meta – o un punto di partenza – ancora più ardua: scandagliare la natura umana fino a giungere alla sua immaginazione, libera e autogenerante. Nello sfaccettato tentativo di entrare nella mente di Stravinsky per comprendere da dove prendesse forma una tale furia da generare dissonanze timbriche e ritmiche ossessive, il coreografo si addentra nel pensiero del compositore per riflettere inevitabilmente sulla ripetitività di schemi storici, mitici, e quindi umani.

Life, Rupture, Death. L’ineluttabilità del ciclo della vita, l’impossibilità di controllarne inizio e fine, il corpo che si fa anima, la vita in morte. Serve l’aiuto degli dei per comprendere tutto ciò, e dell’arte per comunicarlo. Musica e danza di nuovo unite per trasmettere e vivere rituali antichi radicati nella storia e nella mente degli uomini.
Stravinskij viene così usato come ‘chiave, guida e mappa’ alla scoperta di nuovi universi sonori, grazie alla collaborazione di tre compositori contemporanei: Nitin Sawhney, Jocelyn Pook e Ben Frost. Solo 30 secondi di citazione della Sagra, flebilmente accennata ma che riesce ugualmente a irrompere nella memoria spalancando baratri di paure.
Più pressante la dimensione rituale, il tema del sacrificio, la presenza degli dei, per stanarne la contraddittorietà. Si fa sovente appello alla cultura asiatica per addentrarsi nei misteri iniziatici, a partire dal richiamo dei costumi – di Kimie Nakano – fino all’utilizzo di elementi provenienti dal Kathak, Butoh, Dervishi.

Ad aprire le danze è un prete di colore con un’immensa sottana nera, una caricatura ricurva alla ricerca di una frenetica soluzione in risposta a un rintocco incessante e a un gaio suono infantile. Inghiottito continuamente dal buio che incombe e si irradia da lui, ritroverà la sua ieraticità al servizio di una divinità demoniaca.
Al suo fianco viene subito gettata al pubblico la vittima sacrificale, una minuta creatura scossa da irrefrenabili fremiti che piega il gracile corpo a qualunque forma e ritmo. La piccola aderente veste bianca introduce l’altera divinità circondata invece da un’ampia gonna a cerchi, il volto bianco, un seno scoperto. Veste e movimenti circolari adunano il silente popolo, multietnico e multiforme. I richiami al Kathak – una delle forme della danza classica indiana – si moltiplicano, dalla gestualità di mani e piedi all’unisona invocazione alla divinità.
Come da tradizione lo statico silenzio prende ad accelerare – anticipando il tragico epilogo – senza abbandonare mai la struttura circolare. Si distinguono due figure maschili, una dolce e timida – avvolta anch’essa in un abito circolare – attrae e incuriosisce la giovane con la sua tenera danza; l’altra viene invece attratta direttamente dall’ampia gonna della divinità nel disperato tentativo di proteggere la prescelta.
Khan_iTMOi©JLouisFernandez141
La svolta sacrificale viene introdotta dalla figura del capro, simbolo di espiazione dalle movenze demoniache. Si staglia sulla scena con suadente bellezza, incede carponi fino ad ergersi con protervia fierezza. Il fondale si tinge di fuoco per essere tagliato da un glaciale corridoio di luce all’apparire della dea o della sua vittima – il light designer della compagnia è l’italiana Fabiana Piccioli insignita nel 2013 del premio “Knight of Illumination Award, Best Lighting Design in Dance” proprio per iTMOi.

Il popolo invasato assume le movenze demoniache fino a spersonalizzarsi, mentre il dolore del sacrificio piega sempre più quel gracile e tenace corpo che invoca dignitosa umana compassione. La contraddizione della sopravvivenza punisce l’eroe e incorona la vittima. Il temerario nobile protettore si ritrova animale braccato dato in pasto all’ira del popolo che lo percuote con lunghe corde simili a diaboliche code, mentre la gracile vittima riceve il copricapo dalla sua carnefice per perpetrare la sete degli dei.

iTMOi penetra nelle nostre menti con la bellezza e plasticità della danza, si appropria del corpo per urlarci l’ineluttabilità della condizione umana e della sua fluidità per una vana pietà. C’è un secondo epilogo scandito da una sfera rotante e oscillatoria, e da quelle note foriere di dolore: un Adamo ed Eva ferini che si annusano scontrano e conoscono fino ad ergersi alla dignità di uomo e donna e dar forse vita ad una nuova vittima.

Lara Crippa

“iTMOi (in the mind of igor)”, Akram Khan Company
visto al Teatro Grande di Brescia il 22 febbraio 2014


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