La sete di potere del femminino disegnata nel corpo

Simona Bucci“Temo tuttavia la tua natura:
è troppo piena del latte dell’umana bontà
per prendere la via più breve”.

Simona Bucci sceglie questi versi di Shakespeare per introdurre il suo nuovo lavoro, che si appoggia all’immaginario del Macbeth shakespeariano per iniziare una indagine nell’animo femminile più ampia e capace di convogliare l’energia e la riflessione nel gesto danzato. E nel dialogo con la Bucci emerge uno scavalcamento dell’iconografia di una donna vittima, debole o leggera, per affrontare con il linguaggio del corpo lo scarto dall’ambizione alla sete di potere.
Enter Lady Macbeth debutta in prima nazionale venerdì 16 maggio alle 22 nello spazio dell’ex Chiesa San Carlo dei Barnabiti a Firenze, nel programma del Festival Fabbrica Europa 2014.

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Simona Bucci, perché la scelta di lavorare su Macbeth in questa fase del suo percorso di ricerca?
Ho assunto Macbeth come una possibilità, lo uso come possibilità per indagare una metafora. Non lavoro sulla tragedia, non ci sono tutti i personaggi di Shakespeare. Ho scelto di utilizzare le figure di Lady Macbeth e delle streghe per lavorare sui concetti di ambizione e potere. E leggendo e rileggendo la tragedia c’è questa componente che nella targedia è portata dal femminile: le streghe che rivelano la premonizione, Lady Macbeth che cavalca immediatamente il desiderio e spinge il marito all’omicidio.

bucci-macbethCosa le interessava in questa ambizione?
Lady Macbeth è guidata da questa energia. Nel famoso monologo dichiara. “Non mi fido di te perché sei troppo pieno di umana tenerezza” e chiede agli spiriti di “renderle il sangue più denso”.
Il mio lavoro è personale, è fondato sull’osservazione delle nature umane. Uso tutto ciò che mi apre la possibilità di una finestra e un punto di osservazione. Come in Giuditta e Oloferne, un lavoro nel quale partivo dal racconto biblico, ma mi interessava l’idea di una giovane donna fragile capace di vincere un esercito e il suo generale.

Il femminile è creatore e distruttore. Nel suo percorso di ricerca diventa anche perno delle tensioni che deflagrano sulla scena? È un ossimoro?
È vero. Devo dire però che io non ho questa distinzione. In questo caso ho lavorato sul femmineo in senso lato. In realtà Lady Macbeth è creatrice di una forza distruttrice. Forse è vero che le donne hanno questa possibilità data da necessità biologica di difendere i cuccioli, ma hanno anche la capacità strategica per arrivare a salvare, proteggere, conquistare. E in questo dramma non emerge una valenza specifica legata al fatto che si tratta di donne.

Come ha scelto di rappresentare sulla scena, nei corpi, questa deflagrazione?
Tutto il nostro lavoro è sulla ricerca della qualità del gesto. Dobbiamo riuscire a tradurre gli stati e le nature e le cose attraverso la qualità del movimento e attraverso una scrittura molto precisa.
Le danzatrici in ogni istante del loro essere sulla scena sanno esattamente dove sono e hanno scelto qualitativamente con quale relazione porsi nello spazio. Con il tempo e le dinamiche corporee rispondono in ogni istante a delle domande. Questa tensione si legge nella scrittura coreografica.
Io ho una formazione d architetto e tutti i miei lavori precedenti sono ricchi di elementi architettonici. Qui invece ho scelto di ricondurmi a uno spogliamento, di indagare sul corpo e per il corpo. Mi sono ritrovata a chiedermi dove sono e dove vivono queste anime, ma nessuno spazio e nessun elemento mi dava soddisfazione. Allora le ho tolte dal contesto storico e geografico, ho svuotato la scena e le quinte. Una scena costruita solo sull’utilità, come gli antichi castelli scozzesi.
Idem per i costumi, ho scelto di non avere alcuna caratterizzazione e tutte le danzatrici sono streghe e tutte sono Lady Macbeth.

Se è vero che il dramma è fisico e sanguinolento, la violenza in Macbeth trova un centro nelle parole. Come ha scelto di restituirne la forza con i corpi?
Nella ricerca sul gesto unico, che ho raccolto dalla scuola di Nikolais, mi sono concentrata sulla sul gesto capace di raccontare quell’istante.
Non ho un codice. In scena non appare nulla di codificato, c’è l’aspirazione a ricerca e analisi per arrivare poi a un’astrazione di una qualità specifica. Ad esempio abbiamo lavorato sulle streghe: Shakespeare parla di effluvi che nascono dalla terra… come faccio a rendere questa immagine con dei corpi fisici gravitazionali? Si inizia con i corpi che appaiono e utilizzo tutto quello che è possibile. Con prese e sospensioni cerchiamo di superare l’effetto della gravità, utilizzando luci e musica per rafforzare questo effetto. E poi ancora quando la violenza cresce, c’è un senso rituale di violenza con movimenti scattosi, ripetitivi, curve anche esagerate. E poi ci sono momenti nei quali si restituisce una sorta di sonnambulismo.
Ho usato gli strumenti che posso avere come scrittrice di movimenti, lavorando molto anche sull’improvvisazione per fare forma alla natura di Lady Macbeth.

È un gioco difficile…
È un gioco sottile. Non è assolutamente letterale. Per me è più un viaggio psico-emotivo, cercando di intuire come questa donna arrivi a fare cose pazzesche – per assicurarsi della morte del re, va e reinfila il pugnale, ma poi alla fine dimostra di avere una psiche molto debole, per scivolare infine nella follia.
Inoltre mi interessava molto la componente magica, che in Shakespeare è molto forte. E in particolare il passaggio dalla magia alla psicologia, allo sguardo nella mente.

 

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