Raffaella Giordano e Maria Muñoz alla Biennale Danza: un “incontro” senza parole

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Due donne, due percorsi artistici differenti, due corpi e due esperienze diverse di pudore. Raffaella Giordano (co-direttrice artistica di Sosta Palmizi) e la spagnola Maria Muñoz (co-direttrice della Compagnia Mal Pelo di Girona) presentano il 24 giugno in prima assoluta al 9. Festival Internazionale di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia un duetto dal titolo L’INCONTRO.

Giordano, quali percorsi e quali occasioni hanno portato all’incontro con Maria Muñoz? Dove si sono congiunte le vostre strade lungo esperienze differenti di ricerca?
La vita crea sempre alleanze inedite, mantenendo il suo segreto da qualche parte. È vero, proveniamo da percorsi molto diversi, ci unisce l’età, il fatto di essere donne e il fatto di aver vissuto forse entrambe una sorta di pudore nell’essere viste. E poi siamo partite negli anni Ottanta, abbiamo incrociato tante esperienze simili.
Tutti mi parlavano molto bene di lei, l’ho chiamata a Torino per condurre un percorso di formazione e dunque ci siamo incontrate nel centro del lavoro. Ed è più bello che vedere gli spettacoli.
È scoccato uno spazio sensibile tra di noi. E una grossa curiosità, con un grande rispetto reciproco. Così abbiamo deciso di fare un percorso assieme senza prendere un tema dominante, ma partire dalla nostra differenza.

Dall’incontro al lavoro comune. Su quali strade?
Questo legame forte che sentivamo, che non è traducibile in parole, ci ha portato a lasciare spazio alla scrittura. Siamo partite dal nostro vissuto e dalla nostra esperienza di ricerca, ma il bello dell’incontro è quando davvero uno si affaccia e perde l’equilibrio rispetto al proprio centro.

Qual è lo spazio nel quale vi siete messe in gioco?
Abbiamo iniziato dall’alba delle albe, accettando la sfida dello stare assieme. Abbiamo deciso di coabitare uno spazio vuoto, che poi è rimasto quasi vuoto anche sulla scena (salvo una tela di cotone che agiamo come materia in movimento.
Abbiamo iniziato con alcuni quadri di lavoro semplici: allontanarsi, allungare le mani, ascoltare la risonanza dell’altra. Nel dialogo abbiamo costruito un viaggio poetico di trasformazione nel quale raccontiamo di noi ma in maniera poetica. Abbiamo lavorato molto sul paesaggio sonoro, che incrocia i gesti e dà densità ai significati.

Questo lavoro di emersione vi ha cambiate?
Da subito si sentiva una temperatura molto alta di sensibilità. Per me questo lavoro è stato bellissimo, perché vivo temperature emotive mai vissute prima. L’incontro con l’altro in qualche modo fa nascere qualcosa, crea una combinazione diversa che non avresti agito da sola.

Sono emersi anche punti di frizione, di non dialogo?
I nostri gesti lasciano anche lo spazio alla frattura. Questa cosa è quasi misteriosa. Dato che il tema vero è proprio l’incontro, quando incontri una persona si vede quello che accade. Non abbiamo mai razionalizzato o verbalizzato la possibilità di frizioni. Abbiamo dato fiducia massima alla nostra capacità di gestire la scrittura. Le regole del gioco erano rigore e forme, abbiamo rischiato molto ed è stato bellissimo. Siamo due persone che hanno una storia e hanno esperienze consolidate, ma ci siamo lasciate essere e la scrittura è emersa piano piano. Maria è una danzatrice meravigliosa e sono stata felice di fare questo percorso con lei.

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