L’amore sudato di Jan Martens

janmartens-sweatUn corpo a corpo sull’amore fra un uomo e una donna, un amore divorante ed estremo. Muove dalla forza dei corpi Sweat baby sweat di Jan Martens – in prima italiana il 26 giugno alla Biennale Danza.
La performance racconta la vita: naif, sensuale, tenera e dolorosa assieme. Lo spettatore è di fronte a una danza dalla forte fisicità, dove il realismo si stempera nell’emozione attraverso l’ossessivo rallentamento dei gesti. Un vero tour de force mentale e fisico per i due interpreti, Kimmy Ligtvoet e Steven Michel.

Martens, l’amore non è fatto della sostanza dei sogni, ma di sudore?
Questo è uno spettacolo sulla fisicità del piacere, sul sesso e sul cibo. Nella performance i protagonisti sono concentrati sulla propria corporeità e in questo l’amore è più semplice da spiegare.
Perché la scelta di questo tema e di questo taglio?
Quando si affronta una fase creativa e si mettono assieme alcune cose, il punto di partenza è sempre la felicità. E nelle relazioni c’è la scelta di stare assieme pur senza appartenersi. Ma l’osservazione inizia dallo sguardo e dalla ricerca di traslare quello che accade tra due persone in movimento. Ho cercato di tradurlo in un modo meraviglioso, in qualche modo formale. Non volevo un diario, non è una questione strettamente personale.
Però la chimica dei corpi è fondamentale. Anche sulla scena?
È molto importante. Molto del materiale portato in scena viene dai corpi. E c’è un forte simbolismo. Ma alla fine è una questione molto basic: due persone, due gambe e tutto dipende da quello che accade intorno. Il sesso diventa una provocazione per creare sempre con maggiore forza, giocando sulle difficoltà, perché davvero ogni azione performativa è reale e per gli interpreti è molto impegnativo arrivare alla fine dello spettacolo. L’umanità della performance entra nella realtà e la sofferenza diventa reale.
Qual è la relazione che si crea con il pubblico?
Penso che l’intensità delle vibrazioni arrivi al pubblico. In questa performance gli artisti non si rivolgono mai al pubblico, si guardano solo tra loro. E questo crea una tensione che induce a concentrarsi su quello che accade in scena, che diventa una provocazione. Non c’è finzione, c’è una forte tensione.

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