L’intimo paradosso del vuoto danzato da Záhora

devoidGiochi di intimità, movimenti silenziosi, una voce che è memoria e che si fa corpo, sentimento, distanza, dolore. È fatto di movimenti e voce, ad un tempo significato e significante, il lavoro che Michal Záhora ha portato nei festival internazionali nel corso dell’estate. Il titolo – Devoid – è già la bandiera dell’assenza su cui si articola la performance. E il coreografo ceco, sviluppando una personale circolarità del gesto, porta in scena una sorta di rituale catartico intimo, fatto di sottintesi e rimandi su musiche originali di Carlo Natoli.
Come una sorta di danza di addio agli affetti scomparsi, in una assunzione di consapevolezza della finitudine materica e quotidiana e non teorica, Devoid ricorda le atmosfere di alcuni episodi del Decalogo di Kieślowski. Il senso di sospensione, quell’afflato destinale e il narrato quasi impersonale o distaccato, assieme alla pulizia stilistica di azioni corporee semplici, restituiscono ad un tempo un senso inerme della vita e la pacificazione di chi accetta il paradosso del vuoto.

@gbmarchetto

visto al Divadlo Ponec di Praga CZ

Michal Záhora racconta la nascita della performance dal Kilowatt festival

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