Sasha Waltz e l’orchestrazione contemporanea del corpo

Métamorphoses_Waltz_(c)Sebastian BoleschDanza e musica: ritmo che accompagna il movimento o gesto che dà forma a un suono. Una splendida prima esclusiva italiana mette in scene le due forme artistiche per un evento unico: Métamorphoses di Sasha Waltz. La compagnia di danza Sasha Waltz & Guests e la Mahler Chamber Orchestra – entrambe tedesche – riunite venerdì 21 febbraio al Teatro Comunale di Ferrara grazia alla coproduzione tra il teatro stesso e Ferrara Musica. Prologo di questo connubio di arti la dedica della serata alla memoria di Claudio Abbado.

Il titolo rappresenta pienamente lo spettacolo: metamorfosi, la forma che cambia, in questo caso la forma musicale che si ‘trasforma’ continuamente in gesto danzato. Le due forme espressive hanno in scena eguale spazio fisico e temporale. Note e movimenti sono contemporanei: sei ‘miniature’ coreografiche su musiche di Georg Friedrich Haas, György Ligeti, Ruth Wiesenfeld, Iannis Xenakis, oltre a Robyn Schulkowsky che esegue in scena la sua stessa composizione.

Quindici strumentisti danno vita a sedici danzatori, veri creatori che generano forme, spasmi, sospensioni. Ogni figura si dissolve in quella successiva, si altera fino a coinvolgere e turbare lo spettatore frastornato ed emozionato dal turbinio sonoro e visivo. È la musica il maestro generatore, entità astratta che trova forma in un corpo danzante che a sua volta torna neutro e svuotato alla fine di ogni brano. Anche i costumi di Bernd Skodzig tessono la loro trama tra le miniature, come un fil rouge che scivola sui corpi.

Il primo quadro prende vita da Hautfelder, quartetto per archi di Ruth Wiesenfeld. Cifra dominante è il nero: nero il tappeto danza, le quinte, il fondale, abiti neri per i quattro musicisti disposti ai quattro angoli del palco, nere le tuniche indossate dalle due danzatrici dai cui tagli emerge la carne, i muscoli della gambe, le braccia modellate, la forma di un seno. La danza accenna la musica come se non la volesse mai sovrastare ma ne seguisse i suoni sottovoce. Le due danzatrici, diverse nelle forme nell’altezza e nel movimento stesso, sembrano intessere un percorso di sottile seduzione nei confronti del pubblico, quasi ad iniziarlo ad una sua stessa trasformazione emozionale.

Tocca corde, in questa caso ritmi, ancora più ancestrali il secondo quadro che sobbalza sotto le percussioni di Rebonds Part B di Iannis Xenakis, eseguito da Robyn Schulkowsky che prosegue poi sola con la sua Improvisation appositamente creata per la compagnia. Sette donne, ancora in abito nero questa volta intrecciato sulla schiena, danno vita a una danza tribale, quasi una saga della primavera che esclude continuamente l’elemento da sacrificare. È il cuore il petto il seno motore e movimento; sobbalza percosso dal ritmo, ne affonda le mani a ricordare una natura di istinto, sentimento, sensualità, vita. Questa volta i corpi e gli sguardi sono altamente seduttivi, irretiscono il pubblico nel loro rituale sabbatico. Non è un caso il continuo ricorrere alla struttura del cerchio, una circolarità imperniata sulla vittima e terzetti rotanti che bandiscono il settimo elemento.

Sempre di Xenaxis anche il quadro finale, Aurora per 12 archi, diretto da Titus Engel. Come nel primo quadro torna protagonista la musica: i dodici strumentisti sono posizionati sulla destra occupando quasi metà palco, mentre una coppia di danzatori cerca di dare inizio ad una relazione. Il fondale è diventato uno specchio d’acciaio che riflette ombre e pose, i movimenti sono fendenti e aguzzi, così come la struttura coreografica ricalca percorsi geometrici e asciutti.
Metamorphoses_Waltz
Più matura ma non meno travagliata la relazione che altri due danzatori stabiliscono tra loro nel terzo quadro, il Quartetto d’archi numero 2 di Georg Friedrich Haas. I musicisti vengono posizionati a sinistra in un breve spazio, e sono i due danzatori ad occupare il palco in lunghe diagonali e spirali centrali. Il taglio di scena iniziale viene ripreso invertito alla fine come se il pubblico fosse posizionato sul fondale. I danzatori si incontrano al centro in grandi seconde che danno loro la stabilità della conoscenza, dove ogni movimento fluisce in quello dell’altro. Ma una volta allontanatisi la loro ricerca si fa scontro e lotta, le prese vengono bloccate, i piedi si calpestano, le corse vanno all’indietro. Dopo una tacita dichiarazione al pubblico di ‘non vedo, non sento, non parlo’ è ancora la donna a prendere le redini, irretendo l’uomo con piccoli gesti delle mani, finché i due si ritrovano in una parentesi di abbandono e sostegno reciproco.

Il terzo quartetto della serata – e quinto quadro dello spettacolo – è il Quartetto d’archi numero 1 di György Ligeti, con quattro danzatori, due uomini e due donne. Di nuovo il movimento prende il sopravvento iniziale arcuando i corpi fino a spezzarli nel volgere statici il petto al cielo. Di nuovo gli strumentisti trovano il loro spazio iniziale sul fondo a sinistra del palco. Ma è come se il corpo non sopportasse tanto dolore, e dopo una serie di bocche urlanti, posizioni fetali, e cecità che brancolano nel vuoto, i ballerini cedono lo spazio ai musicisti. Dopo averli condotti al centro del palco giacciono ai loro piedi creando un tappeto di gambe fluttuanti, finché rimane il solo violoncellista e la sua creatura esangue.

Quarta emblematica ‘miniatura’ Open Spaces per 12 strumenti ad arco e 2 percussionisti, ancora di Georg Friedrich Haas. La quarta parete viene sfondata, invasa e avvolta dalla musica. I dodici archi circondano la platea, le percussioni ai due lati opposti del palco, il direttore fulcro irradiante. L’esordio è solo musicale, dà il tempo di vivere il suono, coglierne la provenienza, lasciarsene avvolgere. Sempre dalla platea giungono i danzatori, in abiti bianchi e neri, che lentamente prendono il loro spazio sulla scena per formare infinite costruzioni umane, acquistare nuove forme sospese, candele che si sciolgono, involucri che cadono. Sguardo e orecchio sono continuamente sollecitati senza essere mai frastornati, senza che uno sovrasti l’altro, in perfetta armonica orchestrazione.

Lara Crippa

“Métamorphoses”, Sasha Waltz & Guests – Mahler Chamber Orchestra
visto al Teatro Comunale di Ferrara il 21 febbraio 2014

Danzatori – Sasha Waltz & Guests:
Liza Alpízar Aguilar, Davide Camplani, Gabriel Galindez Cruz, Delphine Gaborit, Renate Graziadei, Edivaldo Ernesto, Florencia Lamarca, Sergiu Matis, Sasa Queliz, Zaratiana Randrianantenaina, Orlando Rodriguez, Judith Sánchez Ruíz, Mata Sakka, Yael Schnell, Xuan Shi, Niannian Zhou

Mahler Chamber Orchestra:

Direttore
Titus Engel

Violini
Henja Semmler, Annette zu Castell, Christian Heubes, May Kunstovny, Geoffroy Schied, Sonja Starke, Timothy Summers
Viola
Béatrice Muthelet, Anna Puig Torné
Violoncello
Christophe Morin, Miwa Rosso
Basso
Burak Marlali, Ander Perrino Cabello
Percussioni
Martin Piechotta
Robyn Schulkowsky

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